lunedì 10 agosto 2015

Le profezie autoavveranti




Sin da prima di nascere, siamo attorniati dai discorsi dei nostri genitori, zii e nonni. Di che colore saranno i nostri occhi? Che personalità avremo? Si riflette e si parla su di noi, se saremo di questa squadra di calcio o di quell'altra, che lavoro faremo, ecc.

Poi,durante l'infanzia e durante tutta la vita, queste aspettative vengono sommate alle proprie e marcano il nostro percorso. Ma tutto questo, quanto influisce sulle nostre decisioni e sulle nostre scelte di vita? L'EFFETTO PIGMALIONE - Si chiamano profezie auto-avveranti tutte quelle piccole predizioni che fanno le persone; una volta pronunciate, si trasformano nella causa stessa della loro realizzazione: si genera così un'aspettativa che finisce per compiersi. L'effetto Pigmalione è direttamente collegato al concetto di profezia auto-avverante, perché consiste nell'avere una credenza specifica su una persona, credenza che, solo per il fatto di esistere, influenza e favorisce un comportamento, cosa che permette che questa poi si avveri (walnut è l'essenza che protegge e permette di sviluppare i propri progetti).

Le profezie auto-avveranti e le aspettative sul comportamento possono essere positive o negative: se siamo convinti che non passeremo un esame, è molto probabile che il nostro comportamento venga modificato e che finisca per accadere ciò che temiamo (Mimulus per le paure). Questo perché il nostro convincimento condiziona le nostre risposte e il nostro modo di interpretare la realtà (Larch per la scarsa fiducia in sé stessi).

Il ricercatore Robert K. Merton si è dedicato a studiare questo tema, dando una struttura al concetto e alle sue conseguenze: ha scoperto che queste credenze hanno un potere di determinazione così forte sul comportamento, che possono realizzarsi anche se non hanno nessun fondamento. Sono stati effettuati molti esperimenti dell'effetto Pigmalione sui bambini: si è scoperto che, se un educatore ha basse aspettative sui suoi alunni, questi renderanno poco; se, invece, le aspettative sono alte, i bambini otterranno risultati sorprendenti (Walnut) (Larch).

IL PESO DELLE PROFEZIE AUTO-AVVERANTI SUI BAMBINI - Modificare le profezie che si fanno sulla propria vita è difficile, ma non impossibile. Tuttavia, nel caso dei bambini, le credenze e le aspettative dei genitori, e dei "grandi" in generale, hanno un'influenza molto forte e possono cambiarne il comportamento nel corso della vita. Con queste aspettative limitanti o stimolanti, i bambini devono affrontare le diverse situazioni che la vita pone loro davanti. Se un bambino è stato etichettato come "ribelle", "pigro" o "sciocco", è probabile che il suo sviluppo sarà difficoltoso e complicato e presenterà delle lacune (Walnut) (Star of Bethlehem per lo shock). È molto importante prestare attenzione a questo tema, perché i bambini assorbono tutto dell'ambiente attorno a loro e del loro gruppo familiare.

Lo sviluppo dell'autostima e dell'auto-conoscenza è collegato direttamente alle aspettative e alle credenze che i nostri genitori hanno su di noi e il valore che ci attribuiscono. È sufficiente guardare una famiglia per capire che ogni membro occupa un posto: c'è la sorella intelligente, quella bella, quella buona, il fratello sportivo, ecc. Bisogna fare molta attenzione quando si affibbiano queste etichette, perché marcheranno i bambini per tutta la vita.

Articolo pubblicato su equilibrioemozionale.net

Fonte: http://www.direnews.it/newsletter_psicologia/anno/2015/luglio/28/?news=14

domenica 9 agosto 2015

Tosse psicogena




"Tossisce ininterrottamente da settimane senza sosta, abbiamo provato di tutto" 
Disturbi respiratori funzionali di origine psicogena sono molto comuni nella popolazione e colpiscono soprattutto bambini ed adolescenti provocando spesso più danni di quanto possa causarne una franca malattia respiratoria.Non ci si riferisce solamente al costo delle cure ma soprattutto ai danni della inappropriata medicalizzazione, all'uso improprio di farmaci e alle conseguenze che questo atteggiamento può provocare sia fisicamente che psicologicamente nel bambino. 
I segni clinici più comuni di questi disturbi somatoformi sono tosse continua, dispnea, iperventilazione e disfunzioni delle corde vocali. 
Ogni diagnosi di "tosse psicogena" ha alle spalle un elenco di esami e di tentativi farmacologici lunghissimo. I criteri per la valutazione ed il trattamento di questa diagnosi, anche se ancora non  troppo chiari,  sono stati proposti in diversi articoli (1) tra cui una review apparsa su CHEST nel maggio 2014 e che, prendendo in esame 18 studi sul fenomeno sottolinea che:
- la maggioranza (il 96%) dei pazienti affetti da questa patologia è adolescente e per il 54% di sesso femminile;
- La durata della tosse varia dalle due settimane al 16 anni;
- la tosse è presente da più di 4 settimane nei bambini e da 8 negli adulti;
- il 95% non presenta tosse durante il sonno;
- l'ipnosi, la terapia suggestiva e la psicoterapia sono gli interventi più comuni;
- più della metà dei casi sono scatenati da situazioni di infezioni respiratorie e stress sociali poi  precipitati;
Hollinger e Sanders (2) hanno dimostrato che la tosse psicogena è la seconda causa più comune della tosse cronica nei bambini dai 6 ai 16 anni. 
La maggior parte degli interventi farmacologici comprendono l'uso di antibiotici, sedativi della tosse, antistaminici, broncodilatatori e steroidi, tutti di dimostrata inefficacia al punto che l'articolo consiglia  di orientarsi sulla psicoterapia. 
La mia esperienza professionale mi porta ad affermare che la psicoterapia è efficace sull'adolescente solo se accompagnata da un sostegno psicologico ai genitori o alle figure parentali del paziente. Spesso la tosse è il mezzo con cui l'adolescente arriva ad esprimere un disagio che non riesce ad comunicare direttamente. Compito del terapeuta facilitare la comunicazione, evitare la stigmatizzazione e la fissazione, sia del paziente che dei suoi famigliari,  su particolari sintomi o malattie, consentire comunque una vita serena (inclusi gli sport), e impedire ai pazienti di sottoporsi a terapie inutili e potenzialmente dannose.











(1)  Management and Diagnosis of Psychogenic Cough, Habit Cough, and Tic Cough A Systematic Review CHEST  2014; 146(2):355- 372
Somatoform Respiratory Disorders in Children and Adolescents—Proposals for a Practical Approach to Definition and Classification, Christoph Gruber e altri Pediatric Pulmonology 47:199–205 (2012)
Niggemann B. How to diagnose psychogenic and functional breathing disorders in children and adolescents. Pediatr Allergy Immunol 2010: 21: 895–899. © 2010 John Wiley & Sons A/S
(2) Holinger LD , Sanders AD . Chronic cough in infants and children: an update . L aryngoscope . 1991 ; 101 ( 6 pt 1 ): 596 - 605
(2) 

martedì 19 febbraio 2013

Depressione come disabilità: investire sulla psicoterapia conviene


La psicoterapia non costa nulla perché si paga da sé“, questa la conclusione a cui sono giunti i promotori di IAPT (Improved Access to Psychological Therapies), un progetto inglese – su cui sono stati stanziati 372 milioni di euro – finalizzato ad offrire trattamenti psicoterapeutici a cittadini con disturbi di tipo depressivo e ansioso.
Con estremo interesse vi riporto alcuni passaggi di questa iniziativa ripresi dall’articolo del collega Piero Porcelli, pubblicato a pagina 22 del Notiziario di Dicembre 2012 inviatoci dal Consiglio Nazionale Ordine Psicologi
L’OMS nel 2012 ha stimato che la depressione sarà la seconda causa di morte e disabilità nel2020, e la prima nel 2030. L’economista inglese Lord Richard Layard nel 2006 dimostrò, conti alla mano, che trattare la depressione dei cittadini inglesi con psicoterapia convenzionata sarebbe stata salutare non solo per le singole persone ma anche per le finanze del paese.
Il Governo inglese stanziò 372 milioni di euro per il triennio 2008/2011.
Si rilevò che, mediamente, una persona con depressione ha il 50% di disabilità in più rispetto a persone con patologie croniche come angina, artrite, asma o diabete. Disturbi psicopatologici impattano sino al 40% se in presenza di altre malattie mediche, ad esempio, per il diabete si calcola che uno stato di depressione fa aumentare del 50/75% la spesa sanitaria per paziente. Depressione ed ansia costituiscono circa la metà dei motivi di assenze dal lavoro nella popolazione under 65, hanno effetti simili a quelli del fumo sull’aspettativa di vitae maggiori di quelli dell’obesità.
Fino al 75% dei cittadini inglesi che si rivolgono al medico di base hanno dolori lombari, cefalee, intestino irritabile o altri sintomi di somatizzazione funzionale, mentre il 70/90% hanno disturbi depressivi benché si rivolgano al medico SOLO per sintomi fisici. Si stima che meno del 5% della popolazione con ansia e depressione riceve un trattamento psicoterapeutico adeguato (a fronte di un ampio uso di antidepressivi ed a fronte del dichiarato gradimento degli utenti verso la psicoterapia!).
I calcoli di Lord Layard sono sorprendenti!
Il costo di una psicoterapia per singolo cittadino è stimato sui 1000€, mentre allo stato – tra costi diretti e indiretti – si arriva ad uno costo di oltre 5800€. Questo il motivo per cui i promotori del progetto affermano che il trattamento di psicoterapia non costa nulla perché si paga da solo.
Al 2011, hanno ricevuto adeguato training 4000 psicoterapeuti ed è stato attivato il 98% de centri territoriali. Su 900.000 cittadini previsti, ne sono passati più di un milione (63% donne). Il 76% degli invii è stato effettuato su base volontaria dal cittadino stesso, a testimonianza dell’elevato bisogno sociale di psicoterapia. Per il 54% si è trattato di disturbi depressivi, per il 46% ansiosi. Il 44% ha ottenuto un successo pieno dell’intervento. 45.000 cittadini sono rientrati a lavoro dal periodo di malattia, di cui il 7% già dopo la prima seduta.

Articolo di Nicola Piccinini
tratto da http://www.psicologialavoro.it/la-psicoterapia-non-costa-nulla-perche-si-paga-da-se/2013/02/

giovedì 10 gennaio 2013

Binge drinking e adolescenti

Binge drinking: termine dal significato ancora controverso che fa riferimento ad una vera e propria compulsione:implica l'assunzione smisurata di superalcolici che portano ad un immediato picco dell'alcolemia nel sangue, spesso grazie all'ingestione di più superalcolici in una sola volta o in un lasso di tempo brevissimo. 
In America ogni anno muoiono 26000 donne e ragazze per alcolismo e binge drinking che può causare cancro allo stomaco o al fegato, alla mammella, problemi cardiaci e demenza alcolica. Espongono le donne ad abusi e violenze sessuali con la secondaria conseguenza di permettere più facilmente in contagio da malattie sessualmente trasmissibili. 
Uno studio americano condotto dal "Center for Disease Control and Prevention" che ha esaminato più di 278000 donne dai 18 anni in su, rileva che nel 2011 la prevalenza di binge drinking tra le donne adulte è stata del 12,5% ed è molto più alta per le donne di età compresa tra 18 ei 24 anni (24%). Tra le ragazze delle scuole superiori, la prevalenza di binge drinking è stata del 19,8%.
Statistiche allarmanti che devono far riflettere.


Gli occhi azzurri sono meno affidabili?

Dei ricercatori della Charles University di Praga hanno pubblicato uno studio, sul Public Library of Science ONE journal, condotto su un gruppo di 250 volontari a cui sono state sottoposto le fotografie di 80 uomini e 80 donne coetanee ma con colori degli occhi differenti: le persone con gli occhi marroni sarebbero giudicate più affidabili delle persone  con gli occhi azzurri. 
La stessa conclusione si è avuta presentando loro la fotografia dello stesso individuo scelto precedentemente ma con gli occhi colorati artificialmente di azzurro. 
I risultati hanno quindi suggerito che la scelta non sia connessa al colore degli occhi ma alle caratteristiche del viso comune alle persone con occhi castani, dicono gli esperti. 
Gli uomini con gli occhi castani, ad esempio, tendono ad avere un viso più rotondo e con un mento più ampio, la bocca più grande e con gli angoli rivolti in alto, gli occhi grandi e le sopracciglia più vicine tra loro, qualità che sono prevalentemente maschili e quindi, dicono, più affidabili. 
Al contrario, gli uomini con gli occhi azzurri hanno in comune la qualità di apparire più sfuggenti grazie agli occhi più piccoli, la bocca più stretta e sottile con le estremità rivolte verso il basso.
I ricercatori hanno concluso "Anche se i visi con gli occhi marroni sono percepiti come più affidabili rispetto a quelli con gli occhi azzurri, non è comunque il colore degli occhi a suggerire questa percezione ma piuttosto i tratti del viso associati ad essi, più femminili sono i tratti del viso e meno affidabili sono ritenute le persone"
Questi risultati hanno fatto supporre ai ricercatori che gli occhi di colore brillante, comuni nel Nord Europa, conferiscano un vantaggio nella selezione sessuale catturando l'attenzione e compensando così la imputata mancanza di affidabilità. 

The Telegraph Leggi articolo originale

Psicopatici? Ecco i dieci mestieri più a rischio


Giornalisti, amministratori delegati, chirurghi: ecco le professioni con il più alto tasso di personalità disturbate, secondo uno studio inglese

Panorama Leggi l'articolo

Lavoro, mamme più sane e felici
se il rientro è a tempo pieno


Secondo una ricerca di due università statunitensi, le donne che riprendono il lavoro dopo aver avuto un bambino stanno meglio, fisicamente e mentalmente, rispetto a quelle che lo hanno abbandonato o fanno un part-time
La Repubblica  Leggi l'articolo

Troppe bibite gassate, rischio depressione. Per l'umore è meglio una tazza di caffè


Studio Usa su oltre 250mila adulti seguiti a distanza di dieci anni: i grandi consumatori di bevande zuccherate, specie se in versione light, hanno probabilità fino al 38 per cento maggiori di sviluppare il disturbo. Ma il rischio diminuisce con consumo di caffè 

La Repubblica   Leggi l'articolo

lunedì 28 maggio 2012

Rignano, un abuso accertato

Riporto un articolo che scrissi nel 2006, quando si iniziò a parlare dei fatti.
La sentenza di oggi non deve far dimenticare...





In questi giorni   è facile sentirsi chiedere quale sia la nostra opinione nei confronti degli   indagati nel caso di Rignano Flaminio, che vede coinvolti insegnanti di scuola   materna ed altri adulti per sospetta pedofilia nei   confronti di ben 19 bambini.

Inizialmente,   anche grazie all'atteggiamento dei mass media che si erano    schierati sentenziando la colpevolezza degli   indagati, l'orrore e lo sdegno avevano colpito l'opinione pubblica profondamente,  ormai certa di aver individuato i   colpevoli. Quando però i presunti colpevoli sono stati scarcerati dal   Tribunale del Riesame e gli stessi mass media hanno iniziato ad interrogarsi   sulla colpevolezza di questi, l'opinione pubblica si è spaccata, proprio come   è avvenuto nella stessa popolazione di Rignano Flaminio. Oggi si assiste ad un   altro processo mediatico come successe (e nonostante i due gradi di giudizio, ancora oggi accade) nel caso di Cogne.

In quella   terribile vicenda cosiì come in questa circostanza, la rabbia e il desiderio di   punire il colpevole rischia di far dimenticare che le vere vittime sono i bambini.

Nel caso   di  Cogne purtroppo non era possibile fare altro   per il piccolo Samuele, ma tutti si sono dimenticati di Davide, cui hanno ucciso barbaramente il fratellino nel "lettone" dei genitori, il posto che   probabilmente egli riteneva il più sicuro al mondo. Questo bimbo vive sulla  sua pelle i sentimenti della mamma che, colpevole o meno, nel migliore dei  casi è stata straziata e dilaniata dal dolore. Convive con la costante paura che debba separarsi da lei e con la rabbia e il terrore di sapere il mostro ancora in  libertà, perché per lui non vi è dubbio sull'innocenza della madre.

Se   si pensa a questo, non si ha il tempo di occuparsi della dinamica di quella   tragedia, di accanirsi sui particolari, di essere sadicamente giudici e dare   sentenze. Se solo per un attimo ci si immedesima con questo bambino, non si ha   tempo di pensare come siano andati realmente i fatti, si viene sopraffatti dal   dolore.

A Rignano, in   quella scuola materna, ogni bambino è vittima di abuso. Se la   violenza è stata reale, i segni saranno indelebili e nessuno riuscirà mai a   restituire loro l'infanzia rubata, ma se anche la violenza non vi fosse stata,   per loro la differenza sarebbe minima. Qualcuno avrebbe insegnato loro cos'è   un fallo, cos'è un rito satanico, cos'è la violenza sessuale e la droga.   Qualcuno li avrebbe strumentalizzati, portandoli a credere seriamente di   essere stati violentati o mettendoli in uno stato di confusione mentale tale da non riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia.

Nella mente di un   bambino di scuola materna, la percezione della realtà non si attiene sempre ai fatti, ma viene più spesso valutata per le conseguenze che gli avvenimenti provocano e per le   reazioni emotive e verbali che percepisce nelle figure di riferimento. Chi di   noi, a quell'età, non ha creduto di aver sentito Babbo Natale scendere dal   camino? Giudice supremo e dispensatore di verità è sempre e comunque il   genitore.  Se sono la mamma o addirittura il papà i primi a crederci, il   bambino non può far altro che sognare o spaventarsi assieme a loro.
Basti   pensare che le violenze  e gli abusi sessuali su minori da parte di   uno dei genitori, vengono denunciati spontaneamente dalla vittima solo, e   purtroppo raramente, verso l'adolescenza, età dove il confronto sociale del ragazzo   con ciò che ha appreso in famiglia diviene cruciale. Al bambino così piccolo, invece, non è data  la capacità di mettere in discussione la realtà così come   presentata
dai genitori: non è lui a poter dire alla mamma che piange   disperata che non ne ha motivo, può solo disperarsi con lei, sentendosi a volte addirittura colpevole per le sue lacrime.
Ecco perché, anche se in buona fede,il convincimento dei genitori di Rignano sulla sussistenza dei fatti ha comunque un fondo di verità: i loro fogli non sono più gli stessi. Psicosi di gruppo? Forse, ma per
ridurre  così un bambino deve essere stata devastante.

Riporto uno   stralcio della perizia svolta sui uno dei bambini Egli appare un "bambino di un'età superiore a quella cronologica e quindi avere tutte le possibilità   espressive e comportamentali
superiori alla norma, dimostra quanto al   relazione di shock (traumatica) subita abbia fortemente inciso sulle sue possibilità di sviluppo…manifesta una difficoltà relazionale con il mondo   esterno che gli procura uno stato di angoscia molto forte per al sua impossibilità ad elaborare i suoi vissuti emotivi e ad incanalare le sue pulsioni istintuali. (Oggi)…..è un bambino a rischio   psichico".
(http://www.massimilianofrassi.splinder.com)

Chi sarebbe   allora il vero colpevole? Chiunque li abbia costretti ad essere catapultati   dalla loro innocenza alla più squallida realtà adulta, sia che questo sia   avvenuto nella realtà o solo nelle loro
menti.
Se gli  indagati saranno prosciolti dalle accuse, nei bambini rimarrà comunque il dubbio di essere stati   realmente vittime, poiché verranno cresciuti come tali, e per chi li circonda,   per i loro affetti più  cari, lo saranno sempre.

Spesso i bambini rimangono intrappolati in un mondo dove invece di maghi,   cavalieri e principesse, si ritrovano a tu per tu con gli Orchi che si portano dentro, e nessuna sentenza del mondo reale può aiutarli.

Pensiamoci, prima della caccia al mostro.




dott.ssa Lucia   Guidi
Psicologa Psicoterapeuta

sabato 26 maggio 2012

Crisi Economica e Depressione



(AGI) - Udine, 26 mag. - Si cade sempre piu' in depressione anche per la crisi economica. L'Istituto di formazione in Psicoterapia ''Naven'' di Udine (riconosciuto dal ministero nel 2002), registra la crescita di interventi di aiuto psicologico proprio verso persone con il posto di lavoro a rischio o gia' perso. Nell'anniversario dei dieci anni di vita di ''Naven'', celebrato a Udine la direttrice della scuola Esther Pedone ha precisato che ''l'attuale crisi economica accentua le situazioni di instabilita' e la perdita di certezze, da qui l'aumento dei casi di attacchi di panico in Friuli che sono saliti a circa il 10 per cento nella tipologia di problematiche affrontate''. L'attivita' dell'Istituto evidenzia inoltre il 30 per cento di disturbi post traumatici da stress (tra cui 10% attacchi di panico) anche il 10 per cento di interventi per depressione, 10 per cento per lutti, 10 per cento per abusi sessuali, 10 per cento per malattie gravi o esito infausto (tumori soprattutto) e 30 per cento di problemi relazionali. Ai lavori ha partecipato anche un'esponente di spicco nel panorama nazionale e internazionale come la prof. Grazia Attili (docente di psicologia sociale all'Universita' ''La Sapienza'') che ha parlato sulla ''Teoria dell'Attaccamento''. ''Naven'' ha formato in questi dieci anni 70 professionisti, fra medici e psicologi, molti dei quali inseriti nelle Aziende sanitarie del Fvg e ha promosso 15 convegni di livello nazionale e internazionale alcuni dei quali con ricercatori del Cnr (Marco Pagani, la psicologa Isabel Fernandez, gli psichiatri Luigi Cancrini e la statunitense Lorna Smith Benjamin). (AGI) Ts1/Bru

fonte http://www.agi.it/trieste/notizie/201205261638-cro-rt10076 psicologia_in_crescita_interventi_per_depressi_crisi_economica

domenica 29 aprile 2012

I giovani padri e la depressione post-partum

Nonostante il fenomeno della depressione legata alla nascita di un bambino sia stato solo ricondotto alla condizione materna, diversi studi mettono in luce il fenomeno anche tra i giovani papà, soprattutto nel post partum (Huang e Warner, 2005).
Moltissimi studi dimostrano come la depressione materna abbia effetti devastanti sulla crescita psicologica, cognitiva e sociale del bambino (Kurstjens EG & Wolke, 2001; Cummings e Davies, 1994; Hossain et al, 1994), sottolineando soprattutto che il miglioramento delle condizioni mentali della madre non migliora necessariamente quelle del bambino e quindi il bisogno di prevenire la depressione post-partum e non solo di curarla.
Tra le cause di questa depressione che racchiude fattori quali la personalità e il rapporto con l’infanzia, molto importante è la relazione con il partner. Molto infatti dipende dalla capacità di quest’ultimo di supportare la madre nei suoi bisogni e contenerne ansia e angoscia legata ai bisogni stessi del bambino, al saper rinunciare in alcuni momenti al proprio ruolo di maschio per entrare in quella di padre. E’ dimostrato infatti che le neo mamme depresse ricevono più conforto dal proprio partner che da chiunque altro (Holopainen, 2002).
Molti studi effettuati soprattutto in Canada e negli Stati Uniti, dimostrano come il coinvolgimento dei padri nei corsi pre e post partum dimostrino una significativa riduzione dei sintomi depressivi nelle madri a distanza di un mese contro il peggioramento degli stessi sintomi dove l’interesse era solo per le condizioni cliniche della madre stessa.
Diventa allora monitorare e capire quando anche il neo-papà è a rischio di depressione.
Le stime parlano di un’incidenza pari al 7,30%, mentre uno studio danese sottolinea che vi è il 50% in più di incidenza di depressione nei giovani padri rispetto all’incidenza riscontrata nella stessa fascia di popolazione maschile di pari età.
I fattori scatenanti sono ritenuti essere:
  • la mancanza di sostegno e disaccordo nella coppia in relazione alla gravidanza ed alla gestione del bambino.
  • problemi legati al rapporto con l’infanzia
  • problemi di dipendenza ed abuso di sostanze
  • difficoltà della madre nel rapporto con il bambino e quindi alla depressione
  • basso reddito che non permette loro di poter usufruire del supporto e delle risorse disponibili per poter aiutare la coppia nella gestione del bambino


Più è labile il rapporto con la madre più è alto il rischio di depressione ma ad incidere ancora di più sembra essere il grado di coinvolgimento del padre nella gravidanza.
Un recente studio americano condotto da Huang e Warner nel 2005 ha rilevato tassi di depressione paterna pari a:


  • 6,6% nei padri sposati
  • 8,7% conviventi
  • 11,9% non conviventi ma sentimentalmente coinvolti
  • 19,9% padri descritti dalle madri come "non partecipi"
Un recente studio Inglese e Americano ha messo in evidenza come la depressione riscontrata nei bambini di circa 3 anni e mezzo di età sia associata ad una precedente depressione del padre dopo la loro nascita (Ramchandani e coll. 2005)
Se il padre è depresso e passa molto tempo con il bambino, gli effetti su quest'ultimo sono stati riscontrati essere più devastanti di quelli provocati dalla depressione materna (Mazulis et al. 2004)

Supportare psicologicamente e socialmente i padri diviene in quest'ottica fondamentale soprattutto nelle famiglie dove si riscontra una depressione cronica materna poiché diventano figure chiave nel riuscire ad avvicinare gradualmente mamma e bambino e nel fornire a questi ultimi un valido modello relazionale sia a breve che a lungo termine.

tratto da Fatherhood Institute 
http://www.fatherhoodinstitute.org/

Allarme autismo in America



In concomitanza con la “giornata mondiale dell’autismo” che si celebrerà il 2 aprile, esce oggi negli USA il risultato di uno studio durato ben 8 anni che ha portato le autorità sanitarie federali ad alzare notevolmente la stima della prevalenza dell'autismo nei bambini: 1 su 88.
L'analisi, basata su una revisione di decine di migliaia di cartelle cliniche e scolastiche in 14 Stati, è stata rilasciata dal US Centers for Disease Control and Prevention ed 'l'ultimo di una serie di studi che mostrano tassi di autismo in una crescita drammaticamente vertiginosa nell'ultimo decennio. La stima precedente era di 1 su 110.

Depressione: la seconda causa di morte nel 2020



Articolo di Gloria Origgi, tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it.


 Gelo. Il corpo rallenta, la testa è in letargo. In inverno, il consumo di antidepressivi aumenta considerevolmente, grazie anche a una serie di diagnosi stagionali, come il tristissimo Sad, o Seasonal Affective Disorder, una delle numerose sindromi che ingrassano il Dsm4, il manuale più usato nel mondo, edito dall’American Psychiatric Association per diagnosticare i disturbi mentali (in preparazione la quinta edizione, che uscirà quest’anno).

Cosa sono le malattie mentali? Esiste davvero un mal sottile che colpisce solo l’anima lasciando intatto il corpo? Sappiamo bene che la maggior parte dei disturbi psichici colpisce l’intero sistema mente/corpo: bulimia, anoressia, depressione, ansia…Eppure, la teoria che ha fatto fare miliardi all’industria farmaceutica degli ultimi vent’anni è basata su un principio di riduzione molto semplice: la malattia mentale nasce da uno squilibrio chimico nel cervello. Dunque: si ristabilisce l’equilibrio chimico e, hop!, si è guariti!

In un articolo recente su The New York Review of Books, la psichiatra Marcia Angell discute tre libri americani che criticano il nuovo paradiso artificiale degli psicofarmaci. Oggi, nel mondo, assistiamo a una vera e propria epidemia di disturbi mentali. Un rapporto dell’Ocse afferma che nel 2020 la seconda causa di decessi e d’invalidità sarà la depressione, dopo le malattie cardiovascolari. Cos’è successo? Perché la generazione umana dalla testa più medicalizzata si trova davanti a tanto sfacelo? Secondo la Angell, l’epidemia è provocata dal circolo vizioso che lega l’industria farmaceutica e la professione psichiatrica da quando gli psicofarmaci hanno fatto la loro comparsa nel mercato della medicina di massa, ossia dalla commercializzazione del Prozac nel 1987.

Uno dei libri recensiti, Unhinged. The Trouble with Psychiatry – A Doctor’s Revelation about a Profession (New York, Free Press, 2010) di Daniel Carlat definisce la teoria della malattia mentale come squilibrio chimico nel cervello “un comodo mito”. A partire dagli Anni Cinquanta, ci si rese conto in effetti che, modificando chimicamente i livelli di serotonina nel cervello – un neurotrasmettitore fondamentale nella trasmissione neuronale – molti disturbi bipolari o depressivi di attenuavano. Con la scoperta dei cosiddetti inibitori del riassorbimento della serotonina, come il Prozac, il Citalopram, ilPaxil, etc. oggi si può impedire il riassorbimento della serotonina da parte dei neuroni che la liberano: in questo modo resta abbastanza serotonina nelle sinapsi per attivare altri neuroni e provocare uno stato di benessere. Ma ciò non spiega perché cambiare i livelli di serotonina faccia bene: sarebbe come dire che, dato che i narcotici curano il dolore, il dolore è provocato da una carenza di narcotici! Insomma, la diagnosi del deficit della serotonina nel cervello è stata in inventata da chi ha prodotto i farmaci che la curano.

Altri due libri discutono di questioni più ampie, legate al mercato degli psicofarmaci e agli studi clinici realizzati per testarli: The Emperor’s new Drugs di Irving Kirsch (Basic Books, 2010) e Anatomy of an Epidemic, di Robert Whitaker (Broadway, 2011). Kirsch, anche lui psichiatra, studia da 15 anni l’effetto- placebo. In una serie di studi recenti, ha replicato gli esperimenti fatti dalle case farmaceutiche sugli antidepressivi, mostrando, che, nel 75% dei casi il loro effetto non è maggiore di quello di un placebo: ossia, nelle tre/sei settimane che seguono l’inizio del trattamento, lo stato del paziente migliora: ma migliorerebbe anche se non prendesse nulla.

Il terzo libro è invece dedicato al circolo vizioso che lega le case farmaceutiche agli psichiatri. Prima dell’esistenza degli psicofarmaci, gli psichiatrici erano medici per così dire, trattati dai colleghi come medici di serie B, che si occupavano più che altro di gestione del personale ammalato che di vere malattie. Gli psicofarmaci hanno invece incoronato la psichiatria come “scienza dura”: molti psichiatri ormai si limitano a dare ricette di medicinali, indirizzando i pazienti verso gli psicoterapeuti se sentissero il bisogno anche di una “terapia della parola”. Il nuovo ruolo sociale della psichiatria ha, secondo Whitaker, trasformato totalmente l’immagine della malattia mentale, con l’effetto positivo di de-stigmatizzarla (un depresso è un malato a tutti gli effetti, non un rompiscatole umorale) e, negativo, di cronicizzarla: i successi degli psicofarmaci fanno fiorire nuove diagnosi e nuove malattie che non esisterebbero se quelle medicine non ci fossero. Infatti, secondo Whitaker, assumere medicinali di questo tipo per lungo tempo, cronicizza i sintomi e fa sì che il cervello, da solo, non sappia più produrre i livelli adequati di serotonina o di adopamina, o di altro.

Ci troviamo così in un mondo di cervelli tutti uguali, che per tenersi insieme producono artificialmente neurotrasmettitori al ritmo che è considerato “normale”, nel buio di qualsiasi diagnosi che ci spieghi perché, a un certo punto nel mezzo del cammino di nostra vita, un demone sia venuto a scombinarci la testa, un angelo sia caduto dal cielo e ci abbia guardato con occhio satanico, la terra sia diventata d’un tratto desolata e il freddo e il buio si siano infilati nel più profondo della nostra anima.

Teniamoci stretto il Prozac, perché almeno ci fa bene, ma non pensiamo con questo di aver capito cosa ci succede, o cosa successe a tanti cantori del male oscuro che si attardarono troppo ad ascoltare le sirene e furono ingoiati nei flutti.